Missione in Brasile, racconto di un’esperienza
“le cose più importanti della vita non s’imparano ma s’incontrano” ( Oscar Wilde)
Sono partita a luglio dello scorso anno per una missione in Brasile e sono rimasta due mesi e mezzo. Lavoravo a Brasilia in un asilo-doposcuola nel bel mezzo di una favela. I bambini che stavano lì erano principalmente figli di alcolizzati, spacciatori, prostitute (perché sono quelli i principali mestieri nelle favelas) o di mamme giovanissime che hanno conosciuto il padre solo una notte, magari occasione di una violenza. Quando sono andata giù ho chiesto alla responsabile cosa dovevo fare, come comportarmi, e la risposta è stata: “Devi guardare ogni bambino come se fosse l’unico al mondo, perché ogni bambino è unico!”. Inizialmente non sapevo la lingua e stavo con i neonati. Davo loro la pappa e cambiavo i pannolini; alcuni non riuscivano a fare il sonnellino pomeridiano, così io mi mettevo con loro ed ero la prima a crollare, perché tra le loro braccia mi sentivo al sicuro. Appena ho imparato un po’ di portoghese sono andata nel doposcuola ad insegnare italiano e ad aiutare i ragazzi con difficoltà a fare i compiti. Inoltre giocavamo a calcio, danzavamo la capoeira, stavo con loro così come sono, senza il bisogno di dimostrare, o dire qualcosa di particolarmente intelligente… e loro mi volevano bene! A pranzo molti litigavano per starmi vicino e spesso mi fissavano, chissà che volevano; chissà perché?
Poi mi facevano molte domande, uno in particolare mi ha chiesto se ero felice… ecco di cosa avevano bisogno,ecco perché mi fissavano! Avevano bisogno di qualcuno che gli facesse vedere che vale la pena vivere, che vale la pena crescere e diventare grandi perché nelle favelas dove vivono loro, tutto dice il contrario della parola “vita”. Quell’asilo era un pezzo di mondo nuovo perchè lì, grazie alle insegnanti, facevano un’esperienza di una bellezza e di un amore che li faceva sperare, che gli faceva dire “è bello vivere!”.
Io ho sperimentato questa bellezza in particolare attraverso l’amicizia con Patricia, la responsabile dell’asilo, che mi dava la letizia di affrontare ogni cosa e di istaurare un rapporto non tra “missionaria e bambino povero” ma un rapporto di amicizia, un rapporto alla pari in cui io imparavo dai bambini e loro da me. Così facendo è cambiato il mio sguardo su di loro e sono cambiata io. In Brasile ci sono madri “non madri”, padri che fuggono dopo aver messo in cinta la compagna, e questi bambini l’unica cosa di cui hanno bisogno non è il pane -quello anche in un cassonetto lo rimediano- ma di qualcuno che li ami e che gli accenda quel desiderio di vivere, perché vale la pena vivere! Il loro desiderio è il desiderio di tutti i bambini del mondo, di tutti i ragazzi, di tutti gli adulti e di tutti gli anziani del mondo, di tutti. Il desiderio di essere felici che urge di più della fame. Guardando Patricia riuscivo a vivere in maniera piena ogni istante perché insieme giudicavamo quello che era successo durante la giornata e anche se era andata male, parlando con lei capivo il punto da cui ripartire. Ero affascinata come lei si prendeva cura dei bambini, delle loro situazioni ed io desideravo fare la stessa cosa. Quando me ne sono andata mi hanno riempito di disegni, letterine, uno in particolare,mi ha scritto: “Grazie perché con te ho imparato che non bisogna giudicare la persona dall’aspetto ma dal cuore”. Io gli ho detto di non ricordarmi di averlo detto e lui mi ha risposto: “Però me lo hai fatto capire”. Non avrei mai immaginato che un bimbo di 8 anni riuscisse a leggermi così in fondo e a percepire cose di me che nemmeno io conosco. Ho sempre cercato la felicità, alcuni mi dicevano che per essere felici bisogna accontentarsi. Questa è una grande menzogna alla quale non potevo cedere perchè ho un cuore che è strutturalmente esigenza di infinito, esigenza di felicità. Ora il Brasile per me non è un semplice ricordo a cui penso con nostalgia, ma la memoria di un modo di vivere diverso. Tornata in Italia non ho potuto far a meno di cercare la bellezza sperimentatainBrasile qui e guardandomi intorno, mi sono resa conto che c'erano persone che stanno davanti allo studio con la stessa intensità, lo stesso modo con cui Patricia guardava i bambini. Questo tipo di amicizia mi ha permesso di dare una continuità all'esperienza fatta e se questa corrispondenza è vera qui come in Brasile e se molti altri hanno il mio stesso desiderio, questo mi fa percepire la grandezza di ciò che ho incontrato. La mia felicità in Brasile non era nei bambini in se per se, ma nel rapporto con Patricia che mi mi permetteva di amarli forse più delle loro madri. Io desidero lo stesso livello di profondità, sempre, ovunque e in tutto, perché per un di meno non vale la pena nemmeno svegliarsi la mattina.